Aumentano le donne laureate in Europa ma in Italia continuano a guadagnare meno degli uomini

Pubblicato su RADIO ANTENNA BORGETTO in: CRONACA

Nel 2015, nell’Ue quasi 5 milioni di persone hanno conseguito una laurea: il 58% sono donne e 42% uomini. I campi dominati dall’uomo sono “Tecnologie dell’informazione e della comunicazione” (dove gli uomini rappresentano l’81% dei laureati) e “Ingegneria, produzione e costruzione” (73%). D’altra parte, quattro laureati su cinque nel campo dell’ “Educazione”, invece, sono donne (80%). Un altro settore in cui le donne sono in gran parte sovra-rappresentate è ‘Salute e benessere’, dove le laureate sono il 74%. Sono alcuni dei dati forniti nel corso dei lavori del convegno “Donne Forti per una Europa Forte – Road Map Europea dell’agenda 2030, organizzato a Palermo dalla della Fondazione Friedrich-Ebert, che per celebrare la decennale collaborazione tra i democratici europei di Italia, Germania, Austria e Svizzera ha scelto la città designata capitale italiana della Cultura nel 2018, come meta per discuterne, dedicando un focus specifico sulle questioni di genere, relativamente ai settori della formazione e dell’accesso nel mercato del lavoro della donne, in Italia e nell’Ue a 28. (Fonte Eurostat, 7 luglio 2017).

Uno su quattro laureati, secondo l’Eurostat, ha studiato ‘Business, amministrazione e legge’. (24%). Si tratta del campo più diffuso nel paesi dell’Ue tranne Belgio , Danimarca, Svezia e Finlandia , dove si registra il numero maggiore di laureati nel campo della “Salute e del benessere”. Tra i tedeschi e i portoghesi il campo più popolare è “Ingegneria, produzione e costruzione” , che registrano in Germania e in Portogallo rispettivamente 22% e 21% dei laureati; seguito a ruota dall’Austria(20%) . Con il 39% dei laureati è il Lussemburgo, invece, ha detenere il maggior numero di laureati nel settore del “Lavoro, amministrazione e legge”, seguito da Cipro (35%), Bulgaria e Francia (entrambi il 34%).
La branca della “Salute e benessere” registra il maggior numero di laureati in Belgio (26%), dove uno studente su quattro ha conseguito una laurea in questo ambito, contro il 22% degli svedesi e danesi. Nel Regno Unito e in Italia, invece, i laureati in “arti e le scienze umane” sono il 16%, la stessa percentuale, che si registra tra i laureati in Bulgaria che hanno scelto di conseguire un titolo accademico in “Scienze sociali, giornalismo e informazione”. Con il 13%, il Regno Unito registra la quota più alta di laureati in scienze naturali, matematica e statistica, mentre Cipro registra il numero più alto di dottori nel campo dell”Istruzione” (18%).

Secondo l’Eurostat, l’Italia ha perso la maglia nera in Europa per il numero di laureati ma nelle statistiche resta comunque tra i Paesi con la percentuale più bassa. Peggio, per il numero di titoli di studio superiori, fa solo la Romania. Il Belpaese resta anche agli ultimi posti nell’Ue per quanto riguarda il contrasto alla dispersione scolastica. L’Italia è la quinta nazione europea per numero di abbandoni precoci. Sono alcuni dei dati forniti nel corso dei lavori del convegno “Donne Forti per una Europa Forte – Road Map Europea dell’agenda 2030, organizzato a Palermo dalla della Fondazione Friedrich-Ebert, che per celebrare la decennale collaborazione tra i democratici europei di Italia, Germania, Austria e Svizzera ha scelto la città designata capitale italiana della Cultura nel 2018, come meta per discuterne, dedicando un focus specifico sulle questioni di genere, relativamente ai settori della formazione e dell’accesso nel mercato del lavoro della donne, in Italia e nell’Ue a 28. Secondo i dati dell’ufficio statistico dell’Ue, la percentuale di persone tra i 30 e i 34 anni è in possesso di una laurea dal 2002 è aumentata in tutti i Paesi dell’Ue, Italia inclusa. Quindici anni fa in Italia i trentenni laureati erano il 13,1%, oggi sono il doppio (26,2%). Un dato che supera l’obiettivo nazionale del 26% ma che resta tuttavia lontano dal 40% fissato per la media dei Paesi dell’Unione europea entro il 2020. In cima alla classifica dei Paesi con più laureati nell’UE ci sono invece la Lituania, con un 58,7% in possesso di un titolo superiore, il Lussemburgo (54,6%) e Cipro (53,4%). In linea con quasi tutti gli altri Paesi europei, esclusa la Germania, anche in Italia sono le donne a laurearsi in proporzione maggiore rispetto agli uomini, con una quota del 32,5% contro il 19,9%. Nonostante un netto miglioramento negli ultimi dieci anni, resta tra i peggiori dell’Unione europea anche il dato della dispersione scolastica in Italia. Nel 2006 erano il 20,4%, secondo i dati del 2016 sono scesi a circa il 14% i ragazzi tra i 18 e i 24 anni che hanno lasciato la scuola prima di avere raggiunto un diploma secondario. L’Italia anche in questo caso ha superato il suo obiettivo nazionale, posto al 16%, ma resta lontana dall’obiettivo della media europea, fissato al 10%. Peggio di noi fanno solo Portogallo, Romania, Spagna e Malta mentre i Paesi piu’ virtuosi sono Croazia, Lituania e Slovenia, tutti con tassi di abbandono sotto il 5%. Anche per quanto riguarda questo parametro, restano marcate le differenze tra maschi e femmine: per i primi il dato dell’abbandono è del 16,1% contro un abbandono femminile dell’11,3%.

L’Italia, secondo l’Eurostat, è ultima in Europa per numero di donne manager e seconda per la maggiore differenza salariale rispetto agli uomini. Il quadro complessivo europeo non è migliore: i due terzi delle posizioni manageriali nell’Ue sono occupate da uomini (4,7 milioni contro 2,6 milioni) e, nel caso in cui vi sia una donna, questa viene retribuita in media il 23% in meno per le stesse funzioni dirigenziali. Le donne, quindi, nonostante rappresentino circa la metà degli occupati nell’Ue, continuano a essere sotto rappresentate tra i manager. E’ quanto emerso nel corso dei lavori del convegno “Donne Forti per una Europa Forte – Road Map Europea dell’agenda 2030, organizzato a Palermo dalla della Fondazione Friedrich-Ebert, che per celebrare la decennale collaborazione tra i democratici europei di Italia, Germania, Austria e Svizzera ha scelto la città designata capitale italiana della Cultura nel 2018, come meta per discuterne, dedicando un focus specifico sulle questioni di genere, relativamente ai settori della formazione e dell’accesso nel mercato del lavoro della donne, in Italia e nell’Ue a 28. Secondo l’analisi, che ha richiamato le più recenti rilevazioni dell’Eurostat, divulgate in occasione dell’8 marzo, in base ai dati 2014 relativi alle imprese con 10 o più dipendenti, l’Italia insieme a Germania e Cipro è il Paese Ue con il minor numero di donne manager, appena il 22%, seguita a breve distanza da Belgio e Austria (23%), e Lussemburgo (24%). La media europea è di appena il 35%. L’unico dei 28 in cui ci sono più donne che uomini nelle posizioni dirigenziali è la Lettonia, con il 53%. Bene anche altri Paesi dell’Est e del Nord: Bulgaria e Polonia (44%), Irlanda (43%), Estonia (42%), Lituania, Ungheria e Romania (41%), e infine Svezia e Francia (40%). Anche sul fronte dei salari l’Italia detiene maglia nera, seconda a quasi pari merito con la prima che e’ l’Ungheria, per il gap più ampio tra gli stipendi pari a un terzo: una manager italiana guadagna il 33,5% in meno rispetto a un suo collega uomo, mentre in Ungheria lo scarto è del 33,7%. Male anche Repubblica Ceca, dove le donne manager guadagnano il 29,7% in meno dei loro equivalenti maschi, così coma Slovacchia (28,3%), Polonia (27,7%), Austria (26,9%), Germania (26,8%), Portogallo (25,9%), Estonia (25,6%) e Gran Bretagna (25,1%). I Paesi in cui invece si registra uno scarto minore tra gli stipendi uomo/donna in ruoli manageriali sono la Romania (5%), la Slovenia (12,4%), il Belgio (13,6%) e la Bulgaria (15%).

Nel 2016 il tasso di impiego generale nella Ue nella fascia tra 20 e 64 anni ha raggiunto un nuovo livello record con il 71,1%, in aumento di un punto percentuale rispetto al 2015 (70,1%) e al precedente picco registrato nel 2008 (70,3%) Sono alcuni dei dati forniti nel corso dei lavori del convegno “Donne Forti per una Europa Forte – Road Map Europea dell’agenda 2030, organizzato a Palermo dalla della Fondazione Friedrich-Ebert, che per celebrare la decennale collaborazione tra i democratici europei di Italia, Germania, Austria e Svizzera ha scelto la città designata capitale italiana della Cultura nel 2018, come meta per discuterne, dedicando un focus specifico sulle questioni di genere, relativamente ai settori della formazione e dell’accesso nel mercato del lavoro della donne, in Italia e nell’Ue a 28. I parametri fissati dalla strategia ‘Europa 2020′ che ha indicato l’obiettivo del 75% di occupati entro il 2020 risulta già raggiunto o superati in sette paesi su 28: Repubblica Ceca, Germania, Estonia, Lituania, Svezia, Irlanda e Lettonia. Il massimo tasso di occupazione in Svezia (81,2%) Germania (78,7%) e Regno Unjito (77,6%). L’Italia, che ha l’obiettivo del 67% nel 2020,è invece terzultima con il 61,6% del 2016 (comunque in crescita dal 60,5 del 2015), dietro Grecia (56,2%) e Croazia (61,4%), preceduta dalla Spagna arrivata al 63,9% con uno degli incrementi piforti di tutta la Ue (+1,9 punti percentuali in un anno). Nella Ue è occupato il 76,9 degli uomini ed il 65,3% delle donne. In Italia rispettivamente il 71,7 ed il 51,6%. Nel 2016, infine, le cinque regioni italiane, che hanno fatto registrare un tasso di disoccupazione di almeno il doppio della media Ue (8,6%), ovvero superiore al 17,2%, assieme ad altri 27 territori europei (13 in Grecia; 10 in Spagna; e 5 territori d’oltremare francesi) sono nel Mezzogiorno. Si tratta di Calabria, 23,2%; Sicilia, 22,1%; Campania, 20,4%; Puglia, 19,4%; Sardegna, 17,3%. La provincia autonoma di Bolzano, con un tasso di disoccupazione del 3,7%, e’ invece l’unico territorio italiano ad essere rientrato nel gruppo delle 60 regioni europee che hanno fatto registrare una percentuale inferiore alla media Ue. Il tasso di disoccupazione più basso in Ue, nel 2016, è stato quello del Niederbayern (Germania) 2,1%, il più alto è quello di Dytki Macedonia (Grecia), al 31,3%.

Solo il 45,5 delle donne tra i 25 e 29 anni lavora in Italia, nell’Ue sono il 67,3%.
In Italia poco più di un quarto delle persone con meno di 30 anni lavora (il 28,6% di coloro che hanno tra i 15 e i 29 anni) contro il 47,2% nell’Ue a 28 e il 57,7% in Germania: il dato contenuto nelle statistiche Eurostat, è emerso nel corso dei lavori del convegno “Donne Forti per una Europa Forte – Road Map Europea dell’agenda 2030, organizzato a Palermo dalla della Fondazione Friedrich-Ebert, che per celebrare la decennale collaborazione tra i democratici europei di Italia, Germania, Austria e Svizzera ha scelto la città designata capitale italiana della Cultura nel 2018, come meta per discuterne, dedicando un focus specifico sulle questioni di genere, relativamente ai settori della formazione e dell’accesso nel mercato del lavoro della donne, in Italia e nell’Ue a 28.
Secondo l’analisi, tra i 20 e i 29 anni la percentuale di chi lavora cresce con il 40,3% in Italia a fronte del 61,4% nell’Ue a 28 ma resta molto più basso sia rispetto al dato italiano del 2007 (53,5%) sia di quello di paesi come la Francia (60,9%) e il Regno Unito (74,2%). Tra i 25 e i 29 anni lavora appena il 52,2% dei giovani italiani a fronte del 72% in Ue (80% in Uk, 78,1% in Germania). Il divario è consistente soprattutto a causa della scarsa occupazione tra le donne: tra i 25 e i 29 anni lavora il 45,7% delle italiane (67,3% in Ue, 75,5% in Germania) mentre tra i 15 e i 29 anni la percentuale si ferma al 24,4%, venti punti in meno rispetto all’Ue a 28. Se si guarda alla fascia tra i 20 e i 29 anni il dato italiano (34,5%) è il peggiore in Europa e quasi in linea con quello della Turchia (34,1%). La regione italiana dove si registra il numero di donne che lavorano è la Calabria con appena il 12% di occupate tra le under 30 (44,4% la media Ue), tra le aree peggiori in Ue.

“Le donne sono portatrici di innovazione, di competenze, di talenti speciali, dei quali il mondo del lavoro, il nostro tessuto produttivo, il Paese nella sua interezza non può privarsi; e che la maternità, la nascita di un figlio sono una ricchezza, un fatto privato, sì, una scelta personale e di coppia ma allo stesso tempo un patrimonio prezioso per la comunità, che può crescere più solidale, coesa, attenta allo sviluppo collettivo e non solo a quello individuale. È per questo che nel Jobs act c’è un capitolo, quello dedicato alla conciliazione dei tempi di vita e di lavoro, dove abbiamo messo nero su bianco quanto in questi anni le donne, ci hanno chiesto a gran voce: tenere insieme il diritto a percorsi lavorativi dignitosi soddisfacenti, con l’opportunità di crescere insieme alla propria famiglia e ai propri figli”.

Lo ha detto il viceministro dello Sviluppo economico Teresa Bellanova, a Palermo, al convegno “Donne Forti per una Europa Forte – Road Map Europea dell’agenda 2030”, organizzato dalla Fondazione Friedrich-Ebert, che per celebrare la decennale collaborazione tra i democratici europei di Italia, Germania, Austria e Svizzera ha scelto la capitale italiana della Cultura nel 2018, come meta per discutere dei temi legati alle politiche di genere nell’Ue a 28. “Il Governo ha fatto degli interventi importanti a tutela delle donna, uno dei quali cancella la pratica odiosa delle dimissioni in bianco – ha aggiunto -. E i dati ci dicono si registra un calo pari a 120 mila dimissioni. E questo significa avere tolto alle azienda la possibilità di usare il foglio bianco, una scelta di coraggio e molto utile per le donne”. “Siamo intervenuti anche potenziando gli strumenti della conciliazione – ha osservato – perché non basta fare entrare le donne nel mondo del lavoro. Bisogna dare strumenti affinché ci restino”. “Dobbiamo sempre più lavorare perché il mondo dell’impresa colga l’occasione di tenere le donne in azienda – ha concluso – Le donne sono spesso quelle più acculturate che si laureano in tempi più brevi e se non le portiamo nel mondo del lavoro perdiamo una grande occasione”.

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